J’accuse la società

Nessuno vuole ammetterlo, ma stiamo promuovendo una società di persone fragili: si lascia il proprio lavoro per iscriversi ad “OnlyFans” e la stampa lo elogia perché in fondo si guadagna bene, e sebbene alla fine sia una forma di prostituzione del proprio corpo, la si accetta perché è soltanto virtuale, e soprattutto fruttuosa.

Esaltiamo giovani laureate che discutono la propria tesi di laurea immediatamente dopo un parto, oppure mentre studiano venti ore al giorno “il resto è perdita di tempo”, normalizzando dei comportamenti che semmai sono nocivi, al limite dell’autolesionismo, senza più apprezzare il giusto tempo di vivere e fare le cose.

Ma poi ci sentiamo in colpa per l’ennesima storia del ragazzo che si ammazza perché la sua laurea non arriverà mai, abbiamo da tempo promosso che “o sei dottore o non sei nulla”, e gli stessi genitori non accettano che proprio il loro figlio non debba fare l’università, a mo’ di stigma sociale.

E nessuno pensa al grande mismatch tra infiniti (e spesso inutili) corsi di laurea con ciò di cui ha davvero bisogno il mondo del lavoro, con un Sud Italia largamente fondato sul principio di “scappa o cerca la raccomandazione”, e un Nord Italia che soffre degli stipendi bassi da stipulazione sindacale con costi della vita elevati, a volte elevatissimi, per citare l’ambita Milano.

Una società di fragili.

In tutto questo io ritengo la stampa sostanzialmente responsabile per il tipo di luce che preferisce dare su certi temi, mentre affronta questi appena citati da me solo con mero spirito commiserevole, e dunque inutile per la società.

Infatti, il vero nemico del politico dovrebbe essere proprio il giornalista per il coraggio di affermare scomode verità, raccontare ciò che accade e denunciarlo, ma i nostri giornalisti o sono fondamentalmente dei raccomandati inseriti nelle redazioni proprio per merito di una conoscenza parlamentare, oppure se criticano il politico lo fanno unicamente sul personale, sul modo in cui veste, sui suoi figli e altre faccende del tutto irrilevanti.

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