J’accuse – Satnam e altre vittime sul lavoro

Sulla questione di Satman, l’uomo indiano morto durante l’orario di lavoro (che si è scoperto essere in nero) e a cui è stato omesso soccorso.

Partiamo da un presupposto: il lavoro in nero, per quanto possa facilmente scandalizzare in queste occasioni, è piuttosto frequente in Italia, non soltanto per gli stranieri ma anche per i connazionali. Per non parlare degli assurdi e ridicoli contratti a termine, per cui vedere un contratto a tempo indeterminato è più unico che raro in certe occasioni.

Secondo punto: l’immigrazione, legale e non. Quando parliamo di accogliere stranieri nella nostra terra, non consideriamo l’assetto sociale ed economico necessario affinché una integrazione – per quanto possibile – avvenga. Non possiamo aspettare il morto per realizzare che il caporalato esiste, soprattutto perché abbiamo domanda e offerta: nessuno farebbe lavori simili senza ricevere un compenso adeguato, a meno che non sia disperato.

Ricordo quando una certa intellighenzia diceva: “Accogliamoli, perché fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare”, dimenticando un tema fondamentale: questi non sono lavori, ma sfruttamento.

Da una parte abbiamo chi finisce nelle mani della criminalità organizzata (che, se esiste, è perché lo Stato non è sufficientemente presente, soprattutto in alcune zone) e dunque spaccia – tranquilli, non sono neppure quelli che bivaccano in Stazione Centrale; tendenzialmente, quelli sotto il controllo della mafia sono quasi invisibili. Dall’altra parte abbiamo persone come Satnam, e sai quanti ne esistono?

Anche loro in realtà sono invisibili. Disperati abbastanza da accettare lavori simili, trattati alla stregua del nulla dai “datori” e inesistenti per lo Stato.

Questi mali non si combattono con la retorica, perché sappiamo che esistono, ma si continua a far finta di nulla affinché questo strano equilibrio possa reggere.

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