A me il delicato Leopardi di Rubini è piaciuto

A me il delicato Leopardi di Rubini è piaciuto.

È vero, la curiosa scelta di un attore gradevole e la totale assenza della gobba possono sembrare una presa in giro plastica della figura storica dell’intramontabile poeta. Tuttavia, per la prima volta, una trasposizione televisiva non si ossessiona solo con i dettagli fisici, ma concede un respiro maggiore, più empatico.
Sia chiaro: comprendo chi non accetta questa scelta, poiché furono proprio gli assilli dovuti alla salute cagionevole a rendere la vita di Giacomo così difficile. Egli era respinto dalle donne quanto dagli uomini, e anche quando si rifugiò da Recanati nell’amata Napoli, rimase vittima di derisioni e tristi nomignoli. La sua voglia di vivere non trovava facile riscontro nell’esistenza che il destino gli aveva riservato, non come l’avrebbe voluta.

Tuttavia, c’era anche bisogno di raccontare un Leopardi più umano. Questo magnifico scrittore è stato spesso presentato sui banchi di scuola come l’antitesi della bellezza fisica e intellettuale. A lui è associata un’immagine di perenne tristezza, e una lettura unicamente superficiale del poeta lo colloca nell’antipatica posizione di essere soggetto a pregiudizi frettolosi.
Rubini, invece, non rende la vita facile a Leopardi, ma decide di far emergere altri aspetti della sua personalità: la passionalità degli scritti, l’ardore patriottico che si scontrava con la disillusione del futuro, il rapporto ambiguo con l’amico carissimo Ranieri, la passione solo scritta verso Fanny (Aspasia), la tormentata relazione con i genitori e l’amore incontestabile – a tratti una vera gabbia dorata – con il padre (interpretato magistralmente da Alessio Boni), che ebbe il merito di dargli accesso alla sua biblioteca, il primo universo in cui Leopardi poté davvero respirare.

Credo che, nonostante le pecche di imprecisione storica, l’opera resti un buon prodotto. Ci restituisce un’altra faccia di Giacomo: non solo claudicante e amara, ma anche più leggera e attraentemente malinconica. Ogni artista sceglie una parte del personaggio che vuole raccontare; bisogna guardare a quest’opera come a un prisma, la cui sensibilità ci pone alla ricerca di un colore piuttosto che di un altro. Per questo motivo, nessuna narrazione sarà mai la totalità.

Leopardi, in fondo, non può essere raccontato sinceramente. Per farlo, sarebbe necessario spogliarsi di secoli di storia, liberarsi dello sguardo disincantato di navigatori degli anni Venti del Duemila, e cancellare i vizi che affliggono noi, ma non la sua generazione. Qualsiasi trasposizione cinematografica – o altra opera successiva di molti anni – sarà sempre più figlia dell’uomo che la realizza rispetto al soggetto raccontato.

Un tema però rimane: quello che di più sacro esiste nella produzione artistica di uomini fragili e grandi al tempo stesso, ovvero l’aver compreso tanto della natura umana. Gli scritti di Leopardi ci sono vicini perché lui non si considerò mai grande. Affatto. Non avrebbe mai immaginato di passare alla storia o di essere ancora così discusso a distanza di secoli. Le sue parole trasudano di assilli famigliarissimi, di malinconie che anche noi conosciamo, di una forza dell’abbandono che colpisce la nostra intimità ogni volta che ci interroghiamo sul senso dell’esistenza.

Ciò che ho imparato, con gli anni, è che ci vuole molto coraggio per affrontare simili tematiche in modo profondo. Sono abissi nei quali l’animo e l’intelletto rischiano di perdersi e contorcersi.
Eppure, Giacomo lo scrive nello Zibaldone: è proprio la Ragione la vera nemica del vero, il pensiero razionalizzato e intellettuale che mortifica l’illusione. Per Leopardi, l’illusione era oggetto di una sorta di vivida adorazione, e condivido con lui questa dolcezza: si comincia a vivere davvero quando si trova la propria idea di bellezza, senza porsi troppe domande o ricercare ossessivamente punti di affinità scientifica.

Alla fine, bisogna trovare la propria bella illusione e affidarsi ad essa.

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