A otto anni da Rigopiano cosa ho imparato

Venti ore sotto le macerie, la neve, i grossi rami recisi piantati a pochi centimetri dalla testa.

Venti lunghe e interminabili ore prima che le operazioni di soccorso potessero cominciare seriamente, prima che le richieste d’aiuto potessero essere prese sul serio.

C’è sempre stato questo tema che mi faceva infuriare quando si parlava di Rigopiano.

I due superstiti che, miracolosamente, erano fuori dall’hotel abruzzese, riuscirono a lanciare l’allarme abbastanza in fretta, ma non furono creduti.

Bruno di Tommaso, all’epoca direttore e socio dell’hotel, non era neppure a Rigopiano quel giorno. Si trovava a Pescara.

Quando ricevette la chiamata dal centro soccorso che voleva accertarsi della veridicità della tragedia, Di Tommaso rispose con tono calmo e a tratti strafottente. Disse che non c’era nulla di cui preoccuparsi. Erano tutte fandonie.

Lui aveva sentito ore prima l’hotel, non si era neppure posto il problema di verificare prima di trasmettere tale informazione ai soccorsi.

Non si è neppure posto lo scrupolo di chiamare la struttura, anche solo per diligenza professionale, pur sapendo che le difficoltà che a causa del meteo avverso avevano creato una situazione critica in hotel.

A Rigopiano sono morte ventinove persone. Chi sul colpo, chi per ipotermia.

La tragedia è una combinazione terribile di disorganizzazione pubblica, “elefanteria” politica, sistema Abruzzo in affanno.

È vero, la mia regione era in ginocchio quei giorni. Io ero al tempo consigliere comunale di Popoli, a trenta chilometri da Farindola, e il mio paese era stato altrettanto investito dalla neve e dal terremoto.

Metà di noi erano sotto inondazione, l’altra sotto la neve e il sisma.

Eppure, noi con la natura dobbiamo saperci parlare. Ho sempre considerato assurdo andare in tilt per questo.

Nel 2017 avevamo già i bollettini meteo, avevamo le previsioni, la consapevolezza di un territorio che è tanto fragile quanto complesso.

Per quella zona d’Abruzzo, dov’era locato l’albergo, a disposizione c’era specifica una turbina neve. Ma proprio poche settimane prima della tragedia era andata in avaria, senza essere riparata, sia per i costi e sia per la lentezza burocratico-politica.

Anni prima, c’era stata una proposta di legge regionale con annessa commissione per creare una mappa valanghe, da prendere in considerazione prima di dare approvazione per la costruzione di nuove strutture.

Fatto? Macché, anche quello rimase nel labirinto delle timide intenzioni regionali. Fu approvato solo nel 2021, quattr’anni dopo.

Rigopiano mi è rimasta in testa per anni, uno perché è della mia terra che si sta parlando, due è l’espressione plastica del sistema paese e del sistema umano per eccellenza.

In quelle venti ore e in quei giorni prima tutto ciò che ha prevalso è stata la deresponsabilizzazione privata, lo stress e l’ansia in cui nessuno sa mettere mano.

In quel momento è collassato tutto, le chiamate di soccorso erano veramente troppe, i mezzi a disposizione limitati.

Non solo pioveva, nevicava e il fiume Pescara aveva superato i suoi argini, inondando la città, ma c’era pure il terremoto, dalle scosse violente e di drammatica memoria.

In quei giorni la natura ha voluto mettere alla prova tutta una Regione, spogliandola, palesando tutte le fragilità di cui era fatta. Non preparata e non pronta, non sufficiente a far fronte ad un livello di stress di questo genere.

Rigopiano fu una tragedia, ci penso ancora per questo. Posto sbagliato, momento sbagliato.

Il Monte Siella aveva già delle cicatrici per le sue valanghe del passato, certi disastri della natura sono ciclici, vanno in equilibrio con la loro stessa esistenza, sono storie già scritte di eventi decisi, i quali accadono perché è detto debbono accadere. Sono forze incontrollabili, a cui l’uomo non può sostituirsi, ma solo convincerci.

Non erano e non sono inevitabili, invece, gli uomini che decidono della vita dell’altro.

Quando si sceglie di rivestire dei ruoli bisogna che sia viva e chiara la consapevolezza di tutti gli oneri che quest’ultimi comportano.

Significa, ad esempio, fare una chiamata in più prima di fare una dichiarazione.

Significa guardare alle previsioni e al bollettino meteo per assicurarsi sia razionale portare i clienti nella propria struttura.

Significa far riparare una turbina, soprattutto se siamo a gennaio ed è l’unica a servire un’area altrimenti isolata.

Significa conoscere i punti più oscuri della propria terra e adattarsi di conseguenza, con leggi e regolamenti adeguati.

Significa non mettere in dubbio richieste d’aiuto, perché è molto meglio rischiare di essere presi in giro piuttosto che sbagliarsi e far morire anche solo una vita.

Significa fare un’esame profondo di autocoscienza e scoprire quali di questi demoni facciano parte di noi, per scacciarli.

Di Rigopiano, come di tragedie simili, è complesso trovare un colpevole. Come abbiamo visto, i peccati sono multipli e si associano a combinazioni paradossali di responsabilità. Dovrebbero pagare tutti, perché è colpa di tutti, ma quando è colpa di tutti poi finisce che non è colpa più di nessuno.

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