C’è tanta carne sul fuoco questa settimana, a partire dalla recente nomina di Elon Musk e Vivek Ramaswamy a capo di una nuova agenzia governativa, il “Department of Government Efficiency” (DOGE), sostanzialmente una sorta di “ministero per l’efficienza” con a capo i due. L’acronimo è divertente: non sfugge certamente il riferimento al DOGE Coin, la criptovaluta che ha preso slancio grazie ai tweet di Musk – dimostrando l’effetto farfalla che possiede l’uomo più ricco del mondo.
Nel frattempo, oltreoceano, lo stesso Musk genera qualche tensione in Italia, successivamente ai suoi tweet sui magistrati nostrani che si oppongono al progetto Albania della Meloni. «These judges need to go», così s’è espresso il magnate, scatenando l’agitazione di tutta la controparte di sinistra, la quale si indigna per l’invadenza e chiede alla Meloni di riflettere bene sul suo concetto di sovranità.
Tutto questo avviene mentre il concetto stesso di Stato e sovranità si trova ad affrontare una nuova evoluzione, evidenziata anche dalle recenti elezioni americane. Premessa necessaria per onestà intellettuale: tutti i candidati hanno sempre avuto dietro di sé grandi sostenitori, e il supporto finanziario dei Democratici, insieme all’apparente potere mediatico dello star-system (Taylor Swift, ad esempio), è ampiamente riconosciuto. Ma viene da chiedersi: cosa rende questa volta diversa dalle precedenti?
Eppure, l’evoluzione c’è eccome, ma segue una linea coerente con ciò che l’impatto dei social media ha già messo in evidenza: il potere della comunicazione funziona soltanto se ha una base reale, non semplicemente mediatica.
Kamala Harris era un fenomeno mediatico artificialmente costruito, la sua rappresentazione era così favorevole tanto da portare grandi giornali internazionali a ipotizzare un possibile testa-a-testa, il quale sarebbe dovuto poi culminare nella vittoria combattuta della candidata DEM.
Era la teoria dei Financial Times, e non solo. Anche in questo caso il potere mediatico, visto come uno strumento per vestire un soggetto di ciò che desidera, avrebbe dovuto teoricamente funzionare. La Harris, proprio dai suoi media, era stata vestita come vincitrice e prima donna Presidente degli Stati Uniti.
Ma la realtà è un’altra, il Re è nudo.
Il quarto potere funziona, certo, ad una condizione: deve essere incanalato verso i desideri, malumori, ossessioni ed emotività della folla.
Citando Gustave Le Bon, grande sociologo del secolo scorso e padre della teoria delle folle, sarebbe impossibile ottenere risultati senza una connotazione emotiva già forte. In questo senso, Trump e Musk hanno rappresentato un binomio perfetto, capace non solo di raccogliere i risentimenti e le speranze della folla, ma anche di comprenderli, condividendo la stessa prospettiva e orientandoli verso una nuova direzione.
Giudicare se sia giusto o sbagliato spetta ai posteri; per ora, possiamo solo constatare quanto geniale sia stata l’operazione comunicativa condotta da Trump e dal suo più grande sostenitore.
Pensiamo, ad esempio, al periodo in cui Trump, ancora presidente, venne bannato da Twitter. Il caso rappresenta una questione cruciale: lo scontro tra sfera pubblica e privata e il potere esercitato da un imprenditore su una piattaforma con un pubblico globale.
In quel caso, la cronaca non si spese con grande onestà intellettuale sull’influenza che queste piattaforme potessero avere nel decisionismo pubblico; tanto è vero che Donald Trump tornerà su Twitter solo anni dopo, quando il suo “profeta” ne acquisirà il comando.
Soffermandoci già semplicemente su questo episodio, in un’epoca in cui la censura della cancel culture e del politicamente corretto genera freni e paure da caccia alle streghe, sarebbe già sufficiente per considerarlo simbolo di come, per davvero, il potere mediatico funzioni.
Si è generata una paura, poi una necessità e, infine, una soluzione. Lo stesso Musk, in una conferenza di qualche mese fa, affermerà di aver deciso di cominciare i negoziati per Twitter dopo la censura a Donald Trump.
Una reazione, una soluzione, un consenso. Ma il potere mediatico non basta: ha bisogno di riscontri reali, proprio come una miscela.
L’evoluzione della nuova società richiede sempre più una fusione tra potere politico e potere comunicativo.
Le due essenze sono in un pericolosissimo equilibrio vincente: qualsiasi buon politico ha bisogno di una perfetta capacità comunicativa, qualsiasi straordinario comunicatore ricerca un’affermazione nell’ambito del secondo potere, quello politico.
Così si realizza il perfetto binomio Trump-Musk, in cui entrambi avevano bisogno dell’altro e rappresentano oggi, per l’evoluzione politica, la perfetta sintesi di come il potere ripeta sé stesso, sino a specchiarsi per trovare di fronte il suo lato mancante.
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Lorenzo
Novembre 13, 2024 at 12:01 pm
Novità e cambiamenti da sempre spaventano, ma si deve giudicare in base a quello che vedremo in futuro e in base a quello che faranno effettivamente, l’analisi svolta è precisa, per il futuro vedremo, io sono ottimista.