Nel dibattito politico odierno, termini come “populista” vengono usati con disinvoltura e, spesso, con connotazioni dispregiative, soprattutto quando si fa riferimento alle destre.
È un termine che ha finito per delineare una contrapposizione semplificata, in cui le destre vengono etichettate come forze ignoranti e reazionarie, mentre la sinistra si autoproclama portatrice di intellettualismo e ragionevolezza.
Negli ultimi tempi, anche nei mea culpa di una sinistra vacillante, emerge un’autocritica: a differenza dei conservatori, i progressisti sarebbero “fin troppo intellettuali”, adottando una comunicazione esclusivamente razionale, che non fa appello ai sentimenti, al contrario della destra.
Eppure, è lo stesso campo progressista che da anni mobilita gli elettori con allarmismi sul cambiamento climatico, presentando come unica verità scenari di emergenza, nonostante le interpretazioni scientifiche siano più complesse e non unanimi.
È la stessa sinistra che oscura i retroscena del business dell’accoglienza, facendo leva sui sentimentalismi: “Accogliamoli tutti, hanno famiglia”, senza neppure affrontare i dati sulla gestione migratoria e su cosa renda oggi la situazione problematica.
Un altro esempio significativo è la proposta della “settimana corta”, sostenuta come fosse una misura di equità senza costi. Ma chi pagherà per garantire la stessa retribuzione per meno ore di lavoro? Non si può ignorare che molte di queste proposte siano economicamente insostenibili.
E ancora, il richiamo costante alla minaccia del “fascismo”, come ombra pronta a colpire ogni avversario politico, scade in una demonizzazione pregiudiziale.
Si arriva persino a svilire la lingua italiana, intraprendendo battaglie di forma che, per molti, risultano insignificanti, ma che vengono innalzate a emblemi politici.
Altri punti sensibili, come il gender gap, vedono poi posizioni non coerenti con i dati. In Italia, le ultime statistiche della Commissione Europea indicano che le disparità di genere sul lavoro sono tra le più basse del continente, eppure si continua a trattare il tema come un’emergenza assoluta.
Eppure, proprio loro si ritengono, in qualche modo, più intelligenti e più acuti, perché hanno sposato un’area politica della quale spesso non comprendono appieno l’appartenenza.
Torniamo, dunque, a una questione fondamentale: perché nessuno parla del populismo di sinistra?
Oggi la sinistra vive una profonda crisi d’identità – e questo vale in molte nazioni – che tenta di nascondere con la figura di un finto Dottore, pronto a dispensare verità.
Quando, invece, non sa proprio niente.
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Domanda
Novembre 8, 2024 at 11:06 pm
Ma quindi populismo è buono o cattivo?